Ogni anno si registrano nel nostro Paese oltre 130mila ospedalizzazioni legate allo scompenso cardiaco. Una parte di questi ricoveri potrebbe essere prevenuta attraverso una diagnosi tempestiva, un trattamento adeguato e un controllo costante dei pazienti anche dopo la dimissione dall’ospedale.
Il tema è stato al centro della Convention Nazionale Centri Scompenso Cardiaco ANMCO 2026, organizzata a Milano per mettere a confronto specialisti e professionisti impegnati nella gestione della patologia e individuare strategie capaci di migliorare l’assistenza su tutto il territorio nazionale.
Una rete di cure più capillare per ridurre i ricoveri
La disponibilità di farmaci efficaci non è sufficiente, da sola, a garantire risultati ottimali. È necessario che ogni paziente possa accedere alle terapie più appropriate, indipendentemente dalla zona di residenza, e ricevere controlli regolari nel tempo.
Massimo Grimaldi, presidente dell’ANMCO, sottolinea proprio l’importanza di estendere la diffusione dei trattamenti raccomandati e di rafforzare la rete dei centri specializzati. L’obiettivo è contenere le ospedalizzazioni, migliorare la prognosi e assicurare una migliore qualità della vita alle persone interessate.
Un percorso assistenziale efficace deve quindi integrare ospedale, cardiologi specialisti e servizi territoriali, evitando interruzioni nella presa in carico e ritardi nell’adeguamento delle terapie.
Terapie più moderne, ma resta il rischio di nuove ospedalizzazioni
Negli ultimi anni la ricerca ha ampliato le possibilità terapeutiche, mettendo a disposizione nuovi farmaci e trattamenti non farmacologici. Alcune strategie hanno dimostrato benefici significativi sulla prognosi, anche se nella pratica clinica la loro applicazione non è ancora uniforme.
Un contributo importante arriva dallo studio osservazionale BRING-UP 3 Scompenso, promosso dall’ANMCO e condotto coinvolgendo circa 180 centri italiani. I risultati indicano che la cosiddetta quadruplice terapia, basata su quattro pilastri farmacologici, viene utilizzata nel 65% circa dei pazienti osservati.
Secondo Fabrizio Oliva, past president dell’associazione, l’introduzione di questi trattamenti ha contribuito a migliorare gli esiti clinici. Rimane tuttavia una criticità: circa un paziente su cinque viene nuovamente ricoverato entro un anno. Un dato che evidenzia quanto sia importante proseguire le cure e monitorare attentamente la situazione anche dopo la fase ospedaliera.
Follow-up e assistenza territoriale: i primi 30 giorni sono importanti
La fase successiva alla dimissione richiede particolare attenzione. Controllare l’evoluzione della malattia, verificare la risposta ai farmaci e adeguare progressivamente i dosaggi può contribuire a limitare il rischio di peggioramenti e nuovi ricoveri.
Per questo gli specialisti indicano nel rafforzamento del follow-up territoriale, soprattutto durante il primo mese, una priorità organizzativa. La continuità assistenziale permette infatti di individuare più rapidamente eventuali problemi e di intervenire prima che diventino emergenze.
Medicina personalizzata, telemedicina e intelligenza artificiale
Le prospettive future riguardano anche lo sviluppo di trattamenti sempre più personalizzati, scelti sulla base delle caratteristiche biologiche e cliniche del singolo paziente. Federico Nardi, presidente designato dell’ANMCO, richiama inoltre l’importanza delle innovazioni tecnologiche per trasformare l’assistenza.
Telemedicina, strumenti digitali e sistemi di monitoraggio a distanza potrebbero rendere più semplice seguire i pazienti nel tempo, mentre l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a individuare segnali precoci di peggioramento.
La sfida, dunque, non consiste soltanto nel trattare gli episodi acuti, ma nel prevenire le complicazioni attraverso un modello di cura continuativo e integrato. Una maggiore collaborazione tra specialisti, strutture ospedaliere e servizi territoriali può rappresentare un passaggio fondamentale per affrontare una patologia che interessa centinaia di migliaia di italiani.