Scompenso cardiaco, in Italia circa 800mila persone colpite: cure tempestive e assistenza territoriale sono decisive

Lo scompenso cardiaco rappresenta una delle principali sfide per il sistema sanitario italiano, sia per il numero di persone coinvolte sia per le conseguenze sulla qualità della vita e sull’organizzazione delle cure. Secondo i dati riportati dagli esperti dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), in Italia circa 800mila persone convivono con questa condizione, che costituisce inoltre una delle principali cause di ricovero tra gli over 65 a livello internazionale.

Ogni anno si registrano nel nostro Paese oltre 130mila ospedalizzazioni legate allo scompenso cardiaco. Una parte di questi ricoveri potrebbe essere prevenuta attraverso una diagnosi tempestiva, un trattamento adeguato e un controllo costante dei pazienti anche dopo la dimissione dall’ospedale.

Il tema è stato al centro della Convention Nazionale Centri Scompenso Cardiaco ANMCO 2026, organizzata a Milano per mettere a confronto specialisti e professionisti impegnati nella gestione della patologia e individuare strategie capaci di migliorare l’assistenza su tutto il territorio nazionale.

Una rete di cure più capillare per ridurre i ricoveri

La disponibilità di farmaci efficaci non è sufficiente, da sola, a garantire risultati ottimali. È necessario che ogni paziente possa accedere alle terapie più appropriate, indipendentemente dalla zona di residenza, e ricevere controlli regolari nel tempo.

Massimo Grimaldi, presidente dell’ANMCO, sottolinea proprio l’importanza di estendere la diffusione dei trattamenti raccomandati e di rafforzare la rete dei centri specializzati. L’obiettivo è contenere le ospedalizzazioni, migliorare la prognosi e assicurare una migliore qualità della vita alle persone interessate.

Un percorso assistenziale efficace deve quindi integrare ospedale, cardiologi specialisti e servizi territoriali, evitando interruzioni nella presa in carico e ritardi nell’adeguamento delle terapie.

Terapie più moderne, ma resta il rischio di nuove ospedalizzazioni

Negli ultimi anni la ricerca ha ampliato le possibilità terapeutiche, mettendo a disposizione nuovi farmaci e trattamenti non farmacologici. Alcune strategie hanno dimostrato benefici significativi sulla prognosi, anche se nella pratica clinica la loro applicazione non è ancora uniforme.

Un contributo importante arriva dallo studio osservazionale BRING-UP 3 Scompenso, promosso dall’ANMCO e condotto coinvolgendo circa 180 centri italiani. I risultati indicano che la cosiddetta quadruplice terapia, basata su quattro pilastri farmacologici, viene utilizzata nel 65% circa dei pazienti osservati.

Secondo Fabrizio Oliva, past president dell’associazione, l’introduzione di questi trattamenti ha contribuito a migliorare gli esiti clinici. Rimane tuttavia una criticità: circa un paziente su cinque viene nuovamente ricoverato entro un anno. Un dato che evidenzia quanto sia importante proseguire le cure e monitorare attentamente la situazione anche dopo la fase ospedaliera.

Follow-up e assistenza territoriale: i primi 30 giorni sono importanti

La fase successiva alla dimissione richiede particolare attenzione. Controllare l’evoluzione della malattia, verificare la risposta ai farmaci e adeguare progressivamente i dosaggi può contribuire a limitare il rischio di peggioramenti e nuovi ricoveri.

Per questo gli specialisti indicano nel rafforzamento del follow-up territoriale, soprattutto durante il primo mese, una priorità organizzativa. La continuità assistenziale permette infatti di individuare più rapidamente eventuali problemi e di intervenire prima che diventino emergenze.

Medicina personalizzata, telemedicina e intelligenza artificiale

Le prospettive future riguardano anche lo sviluppo di trattamenti sempre più personalizzati, scelti sulla base delle caratteristiche biologiche e cliniche del singolo paziente. Federico Nardi, presidente designato dell’ANMCO, richiama inoltre l’importanza delle innovazioni tecnologiche per trasformare l’assistenza.

Telemedicina, strumenti digitali e sistemi di monitoraggio a distanza potrebbero rendere più semplice seguire i pazienti nel tempo, mentre l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a individuare segnali precoci di peggioramento.

La sfida, dunque, non consiste soltanto nel trattare gli episodi acuti, ma nel prevenire le complicazioni attraverso un modello di cura continuativo e integrato. Una maggiore collaborazione tra specialisti, strutture ospedaliere e servizi territoriali può rappresentare un passaggio fondamentale per affrontare una patologia che interessa centinaia di migliaia di italiani.